Rino Mele “La rivincita di Erode”

 

Sabato 8 dicembre 2012, dalla prima pagina del “Roma”

La rivincita di Erode

Rino Mele

Siamo arrivati dove non si doveva: sparare in mezzo ai bambini come fossero birilli, sagome, ombre inesistenti. Portarli a scuola è ormai come mandarli alla guerra: rischiano una violenza quotidiana, il meno che possa loro capitare è mettere i piedi nel sangue fresco di una vittima della camorra e, peggio ancora, abituarsi a passarci accanto. Giovedì, un’altra vittima: a pochi metri dall’Istituto scolastico “San Lorenzo”, a Calvizzano: l’uomo ucciso vale più di un libro di lettura, è davanti agli occhi dei ragazzi che imparano la morte e l’orrore: da quel momento dovranno convivere con la paura, il ricatto della sottomissione. Il giorno prima, il 5, a Scampia in via Calogero, due killer avevano inchiodato la loro vittima sui vetri della scuola materna. La nostra vita sta diventando un presepe vivente che comincia non dalla stella ma dalla furia omicida di Erode. Già solo guardando, i bambini sono vittime, uccisi nei pensieri, nell’anima: per la vicinanza al sangue, a quelle macchie che s’allargano sulle strade, la violenza resta nella loro mente come un segnale irreversibile, una traccia che è come un’indicazione d’orrore e di ubbidienza. Altro che scuola. Napoli è un libro aperto e ognuno può leggerci quello che accadrà domani, la ripetizione dell’odio, il braccio alzato a colpire il più debole (complice o vittima) che fugge e sbatte contro il cancello di una scuola la propria agonia. Quella scuola materna si chiama “Montale”, e già il nome sa di poesia, settanta bambini erano a pochi metri da quella caccia spietata: l’uomo aveva cercato di entrare per trovare rifugio nella loro innocenza. La porta della scuola era chiusa e non sappiamo nemmeno immaginarla aperta. De Magistris ha detto poche parole ma sono una sintesi attenta: “I seguaci della camorra sono bestie senza scrupoli per i quali ammazzare in un agguato o davanti a un bambino non fa differenza”. Cosa possono dire i maestri, il giorno dopo? Come guarderanno gli occhi di quei bambini che potrebbero chiedere: -Perché?

 

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Vesuvio- di Rino Mele

dalla prima pagina di "Cronache del Mezzogiorno"

Vesuvio
di Rino Mele
Quello che sta accadendo a Terzigno, a Boscoreale, sad’ inverosimile. Come si può pensare di fare dell’ area del Vesuvio -una delle più belle del mondo- un lurido illimitato sversatoio: giàc’ è una discarica in quell’ area ma hanno deciso che bisognavarealizzarne un’ altra (promettendo poi di non farlo): e allegiustissime rimostranze dei cittadini si risponde con la forza, conl’ ingiuriosa prepotenza del potere. Camion distrutti, incendi, feritidappertutto, pure si continua, bisogna aprirla quest’ altra discaricae sarà una delle più grandi d’ Europa. Ma quali maschere cicoprono il volto per non capire che non si può tentare la scalata alcielo? Ci sono cose che non si devono fare, bisogna sapersifermare, desistere dall’ errore. “ Brucia la Campania” scriveva ieriun giornale. Noi, qui a Salerno abbiamo la sensazione che ilproblema sia lontano, oltre il nostro sguardo: in realtà la cava diTerzigno è tra Napoli e Salerno, e la vergogna è anche nostra.Hanno bruciato una bandiera. A questo è arrivata la lorodisperazione. Siamo sull’ orlo di una piccola guerra civile, e quelliche la combattono hanno dinanzi agli occhi un avversario con ilvolto della legge, lontano, impassibile. Vogliamo fermarci ecercare di capire? Abbiamo il dovere di non portare oltre questacrisi e capire che questi pericolosi eccessi nascono da una ragionecalpestata, che la disperata ansia dei rivoltosi sarebbe anche nostrase abitassimo sotto il Vesuvio, questo dio coperto di rifiuti,intasato di nauseabondi liquami, merda, lattine, copertonistracciati. Nella sua siderea lontananza, il fumo di questi giorni loavrà fatto sorridere, lui che del fumo conosce tutti i segreti. IntantoCava Vitiello è diventata un terribile teatro -cavea e scena- in cuisi sta recitando un dramma con il dolore vero, sottratto allafinzione. Non possiamo lasciare quel pugno di giovani, uomini
se la discarica potrà essere sicura, il problema è che nel Parco delVesuvio non ce ne devono essere due di discariche: sarebbe unobbrobrio della ragione. Simbolo della Campania, dell’ interoMeridione, è proprio questa montagna di fuoco (anche ore chefinge di dormire) sul mare, il Vesuvio: il rosso e il giallo dellefiamme -una volta vere, ora simboliche- e il chiaro azzurro delmare ma è proprio lì che abbiamo creato una discarica e ciintestardiamo ad aprirne un’ altra molto molto più grande. IlVesuvio è un simbolo, oltre ad essere un vulcano, in esso siriconosce la nostra anima, intorno ad esso forse trovano pace e unpo’ di caldo i nostri morti, nella loro notte. E noi proprio nella suaombra scaviamo enormi discariche per gettarci il fetore dellanostra stupidità.

Berlusconi e i fischi dei morti_ di Rino Mele

Articolo di fondo di “Cronache del Mezzogiorno” giovedì 5 agosto 2010

Tre fischi di un locomotore di treno alle 10,25 di lunedì 2 agosto nella
stazione di Bologna, a ricordare -nel silenzio puro della memoria violata e
offesa- la strage politica più vasta e violenta che sia mai stata realizzata in
Italia: 85 persone saltate in aria, distrutte, alcune letteralmente consumate
nell’immane deflagrazione di trent’anni fa, nel 1980: bruciate in
quell’attimo. E duecento feriti, a gridare la loro pena improvvisa. Il
Governo è stato assente a Bologna (alla sacrale lettura di tutti i nomi delle
vittime) per non ricevere i fischi ormai rituali che si ripetono ogni anno: il
sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Giovanardi, ha difeso la
decisione, stigmatizzando “l’odio e il livore” espressi in occasioni
analoghe (in una ricerca dell’Adnkronos risulta che il 90% degli Italiani
non crede si possa e si voglia raggiungere la verità). Bersani ha interpretato
l’assenza di ministri e sottosegretari dicendo che è dovuta “allo
sbandamento che il Governo sta attraversando”: voleva essere una severa
accusa ma ha finito quasi col sembrare una giustificazione. Nella
cerimonia, straziata anche da quell’ingiustificabile assenza, è stata letta
una lettera del Presidente della Repubblica in cui la sua voce non più
giovane ha drammaticamente chiesto di “contribuire con ogni ulteriore
possibile sforzo a colmare persistenti lacune e ambiguità”. In quest’Italia,
dove accadono a pioggia fatti strani, incomprensibili, malavitosi, vili,
l’assenza di tutti i rappresentanti del Governo a Bologna -trent’anni esatti
dalla più politicamente oscura delle stragi- è una vergogna o un errore.
Sulla strage sono rimaste -come ambiguo sigillo- le squallide maschere di
Fioravanti, Mambro e Ciavardini ma ancora non conosciamo i loro
mandanti e invece questo è essenziale e abbiamo tutti il diritto -e l’urgenza-
di sapere. Sulla giacca o sulla camicia, i diecimila presenti alla Stazione
avevano un fiore bianco, una gerbera dalla bella corolla aperta. Tra essi la
figlia di Aldo Moro, Agnese che, partecipando all’incontro, ha fatto la
sacrosanta richiesta di rimuovere finalmente la barriera del segreto di
Stato. A distanza di due giorni dal commosso ricordo di Bologna, ieri,
mercoledì 4 agosto nell’Aula di Montecitorio si è votata la mozione di
sfiducia al sottosegretario alla Giustizia, senatore Giacomo Caliendo –
indagato per l’inchiesta sulla P3- presentata dal Pd e dall’Idv (la sfiducia è
stata respinta con 299 voti). Intorno a un illustre indagato, il Governo è
stato compatto: ma due giorni prima, per gli ottantacinque morti di
Bologna, era stato ingiustamente assente, lontano da quelle ombre esangui,
capaci -con la sottile voce dei morti- di fischiare.

“black marker” and “5 easy pieces”, exhibition in pietrasanta, sept19/oct20 -2009

stagno

MARCO GALAFASSI

“black marker”

and

FRANCESCO ALBANO

“5 easy pieces


95 kg

http://albanofrancesco.blogspot.com

opening saturday 19 september at 18.30

“ExMarmi” gallery

EXMARMI – via Nazario Sauro

, 52 – 55045 – Pietrasanta – Lucca – tel. 366 4207649 – info@exmarmi.it