SANTI E MOSTRI

Queste sono le creature realizzate dalla classe 5A 2020/21, col rifiuto di plastica. Le opere saranno presenti nella galleria virtuale del concorso “Santi e Mostri” insieme ad altri lavori di artisti e creativi riuniti nell’iniziativa lanciata dall’ associazione Cam on/circuito off

La scuola israeliana fa domande sulla DAD

Il Ministero della Pubblica Istruzione Israeliana ha avviato una serie di interviste nel mondo della scuola all’estero, per capire meglio cosa è successo anche fuori dal loro paese con la DAD e quali proposte sono emerse per il futuro in risposta alla didattica a distanza iniziata con l’emergenza sanitaria.

Per vie traverse, tramite la mia compagna Nathalie Alony, l’intervista è arrivata pure a me, e per come funziono io, ho preventivamente chiesto un confronto sugli argomenti che sarei andato a discutere alle persone che maggiormente stimo, compreso i miei studenti.

Allego sotto la falsa traccia dell’intervista, avvenuta in videoconferenza con due formatrici del corpo insegnanti e una ispettrice della scuola pubblica israeliana. L’incontro è stato piacevole e stimolante e soprattutto mi ha fatto molto piacere dovermi chiarire le idee per farlo, per cui ringrazio il contributo di Davide Longfils, Nathalie Alony, Michele Martinelli, Sonia Giannella, e il DS della mia scuola M.P. Mencacci .

Riassumendo cosa è risultato simile tra le esperienze scolastiche, qui dove sto io in Lucca e dall’altra parte in Israele: per entrambi la DAD non va elogiata. Perché attraverso essa stiamo perdendo il contatto con gli studenti chiusi dietro i cristalli dei devices, perché non ci guardiamo negli occhi. Diverso invece, risulta il contributo del Ministero dei due paesi, uno invisibile e uno che ti viene a cercare per sentire come la pensi. Altra differenza sostanziale, la riforma dei saperi infatti, al secondo punto dove dico le mie proposte per il futuro, molte di quelle avanzate sono già praticate nella scuola pubblica estera.

Musée du Louvre, Département des Antiquités égyptiennes, E 11801 – https://collections.louvre.fr/ark:/53355/cl010038405https://collections.louvre.fr/CGU

INTERVISTA

Domande rivoltemi dal Ministero dell’Istruzione Israeliana e mie preventive risposte

1- quali nuove pratiche e modelli educativi si sono sviluppati come risultato alla crisi covid?

Per rispondere all’emergenza innanzitutto, con i suoi pro e i suoi contro si è sviluppata la pratica della didattica a distanza, DAD :

Pro– abbiamo iniziato a sfruttare le possibilità offerte dai mezzi tecnologici, nel nostro caso utilizzando la piattaforma di Google suite, l’utilizzo dello schermo condiviso, le cartelle virtuali come Google drive o Classroom, la possibilità di approfondire un argomento trattato in Internet, e soprattutto dando inizio ad una digitalizzazione che in Italia tardava a venire. Positiva anche l’apertura ad una maggiore autonomia da parte degli studenti, che hanno potuto gestire maggiormente il loro tempo senza essere seguiti necessariamente passo dopo passo dagli insegnanti. Di buono è venuto anche l’enorme lavoro svolto nella produzione da parte dei professori di libretti didattici, nuovi laboratori didattici documentati con scritti e immagini ad uso degli studenti.

Contro– per lo stesso motivo, non potendo seguire gli studenti punto per punto, sono anche momentaneamente decadute delle pratiche e delle tecniche tradizionali molto importanti, come ad esempio per la mia disciplina, scultura, quella della formatura in gesso o in silicone e altre che non possono essere eseguite a distanza perché necessitano di materiali idonei e la supervisione di un professionista. La cosa peggiore prodotta dall’emergenza e dalla didattica a distanza è stata la disumanizzazione, la privazione dell’incontro in presenza del gruppo classe con i propri professori, creando su un certo piano un progressivo congelamento delle relazioni, un raffreddamento progressivo che ha coinvolto anche vari colleghi e la comunità scolastica tutta. Mentre in un primo momento durante l’emergenza ci siamo uniti come potevamo e abbiamo percepito un mutuo soccorso, ora con i tempi lunghi è avvenuto uno sfilacciamento di questo tipo di contatto. Manca l’incontro con gli occhi dei ragazzi che rimangono dietro al cristallo dello schermo distratti da altri device. Molti studenti hanno iniziato a chiudersi in se stessi e soffrire forme depressive, portandone alcuni ad abbandonare gli studi. Si è poi sviluppato un abuso e dipendenza dai mezzi tecnologici e dai social network, rimanendoci intrappolati al suo interno e alienandoci dalla natura, vera fonte di equilibrio. 

La didattica a distanza ha aperto anche alla problematica della promiscuità dei luoghi, entrando nelle case delle persone, confondendo anche gli ambiti e le sue pertinenze, come anche l’utilizzo del tempo e i suoi ritmi. Ogni cosa riguardante la scuola e il lavoro è pervasa nel mondo domestico ed è stata trattata a qualsiasi ora del giorno e della notte.

La scuola è relazioni umane e formazione dell’individuo, prima ancora di essere passaggio nozionistico, ma mentre la dad ha sviluppato una grande mole di informazioni, non ha badato altrettanto bene alle relazioni dei suoi utenti.

2- quali modelli pedagogici e tecnologici c’è bisogno di sviluppare per il prossimo futuro

A mio parere c’è ancora bisogno di sviluppare modelli già noti, che promuovano l’autonomia dello studente e la sua capacità di rispondere ad un problema dato “problem solving”, quindi imparare facendo “learning by doing”, e lo scambio di informazioni e pratiche tra pari “peer education”. Come c’è bisogno di sviluppare un ascolto maggiore degli studenti, della loro condizione psicologica e sociale e dei loro bisogni, in quanto assistiamo ad una crescita esponenziale della fragilità degli stessi e anche il ruolo della scuola e l’identità della scuola deve rinnovarsi. Oggi la scuola non si concentra solo nella formazione professionale, la quale è stata incredibilmente impoverita non solo dalla didattica a distanza ma anche dall’incremento esponenziale di burocrazia e normative che hanno causato l’impossibilità di eseguire molte belle pratiche laboratoriali. 

Nella scuola attuale che vede invece la possibilità di sviluppare pratiche digitali innovative grazie anche a sovvenzioni statali e che per ovvie ragioni è sempre più attenta all’inclusione scolastica di tutti, anche dei più fragili e magari anche di quelli meno portati a proseguire in un determinato indirizzo. In una scuola della super inclusione e dalle ridotte possibilità nelle pratiche professionalizzanti è probabilmente arrivato il momento di ridefinire la sua identità e se questa è oppure sta diventando, quella soprattutto di supporto ad una fragilità sempre crescente, allora ben venga l’incremento di pratiche salutistiche, di salute interiore e fisica, introduzione dello Yoga, della meditazione e delle escursioni nella natura, come altre forme per lo sviluppo delle capacità relazionali, come migliorare l’ascolto di se stessi, la comunicazione e una buona espressione con l’altro e con la società contemporanea. Troverei ad esempio molto utili dei corsi sulla comunicazione non violenta, e altro ancora, che ci permettano nell’era della comunicazione di comunicare meglio. Non basta il mezzo tecnologico e una buona connessione se non promuoviamo anche una connessione empatica ed espressiva con noi stessi e con l’altro. 

La scuola è un luogo di aggregazione sociale, uno dei pochi rimasto in piedi con la pandemia, forse quello con le più grandi potenzialità ancora da esprimere. La scuola potrebbe rimanere aperta fino a notte ed ospitare iniziative e laboratori promossi dai giovani, dagli stessi studenti. Bisogna investire maggiormente in questo luogo e nel futuro dei giovani. I saperi che vengono esperiti al suo interno possono diventare più dinamici, meno accademici, più contemporanei. Particolarmente in Italia abbiamo bisogno di scollarci dai modelli passati e aprirci alla sperimentazione sana, creandola con l’incontro dei vari saperi. I professori a scuola devono incontrarsi per generare un dialogo tra le discipline, ogni sapere deve essere praticabile per avere senso, diventare formativo e non solo nozionistico.

3- quanto ho potuto contribuire per iniziare nuove pratiche

Nel mio piccolo quanto ho voluto, perché ci è stata data ed è stata rispettata la nostra piena autonomia nelle pratiche di insegnamento.

Quindi ognuno, ogni professore ha badato a sé, non c’è stato se non per piccoli gruppi uno scambio delle pratiche virtuose.

4- quanto queste hanno influenzato la motivazione degli alunni e degli insegnanti

Ad oggi non è stato creato un registro delle nuove pratiche ma sono state condivise in piccoli gruppi, chiedendo e parlando con i colleghi più affini. Le nuove pratiche sono state anche discusse con gli studenti cercando di capire quali altre possibilità avevamo per svolgere insieme la lezione e il programma. Essendo la mia una scuola vocazionale, un liceo artistico, le motivazioni arrivano col fare stesso.

5- quanto queste pratiche hanno influenzato sulla resilienza emotiva e sociale in rapporto allo studio di alunni e insegnanti

Ho riconosciuto che gli studenti e gli insegnanti fanno scuola di buon grado anche per sfuggire alla noia e alla solitudine del lockdown. La scuola è stata di grande supporto per tutti gli studenti, anche se alcuni, nonostante i vari tentativi, non sono riusciti a rompere la chiusura che si prova nello stare dietro lo schermo finendo per abbandonare gli studi.

6- le nuove pratiche sono arrivate dalla scuola o dal ministero?

La scuola ha promosso l’utilizzo di nuove pratiche e segnalato corsi sul tema. Il Ministero da quanto ne so non ha prodotto nulla, se non indicazioni di autotutela, su quanto tempo è legittimo che ragazzi e bambini stiano davanti allo schermo, valutando come idoneo un massimo di 40/45 minuti per volta, seguiti da una pausa di 15 minuti.

7- C’è stato un cambiamento nella percezione del sistema educativo dal punto di vista dell’insegnante, studente e genitore?

Nella mia scuola ho sentito una chiamata naturale alla responsabilizzazione di tutto il corpo docenti che si è dato un gran da fare per affrontare l’emergenza e di risposta gli studenti, che hanno riconosciuto il loro bisogno della scuola e la loro voglia di tornare in classe, e anche l’apprezzamento del lavoro svolto da parte dei genitori. Oggi più di ieri abbiamo la percezione di quanto la scuola sia di supporto per affrontare le difficoltà incontrate con l’emergenza sanitaria e quanto sia importante il suo ruolo per le relazioni umane. Anche quando le modalità non permettevano un completo passaggio di informazioni didattiche, fondamentale è stato il contatto sociale, vedere che siamo una comunità sulla stessa barca.

8- fino a che punto l’interazione scuola e autorità locali hanno contribuito alla stabilità del sistema educativo

Non conosco questo dettaglio in modo approfondito, sicuramente lo sa meglio di me il mio dirigente scolastico. Posso dire riguardo alla stabilità che : mentre lo scorso anno nella modalità a distanza siamo riusciti a crearne, quest’anno a causa dei continui cambiamenti della percentuale di presenza permessa in classe agli studenti, che variavano improvvisamente dall’oggi al domani tutte le nostre programmazioni sono state messe in crisi. Si passava da solo gli studenti certificati in presenza, al 25% 50% o 75%. Ne è risultata una grande confusione e incertezza, e una incapacità di progettare un iter coerente, ci siamo visti continuamente sottrarre la possibilità di svolgere ciò che stavamo mettendo in atto. Soprattutto in discipline come quella che svolgo io, scultura, dove i laboratori e lo sviluppo di un elaborato possono durare anche alcuni mesi, il continuo cambio di modalità, a distanza o in presenza, ha reso necessario lo sviluppo di diverse possibilità, quindi abbiamo progettato determinati lavori da svolgere solo in presenza e altre tipologie da portate avanti a casa. 

Per concludere la stabilità del sistema è stata data dalla capacità plastica dei professori insieme ai loro studenti.

5 Dad

Ad oggi sono già 5 le settimane trascorse in didattica a distanza e abbiamo prodotto già molto nelle singole classi, scoprendo che le modalità della clausura forzata ci tengono molto impegnati

Una cosa divertente è stata trovare materiali alternativi per eludere le ristrettezze della quarantena e così un po’ per gioco e un po’ per necessità sono usciti questi 5 laboratori :

1º – calamita in pasta di sale

Abbiamo creato con la pasta di sale e una calamita una decorazione per il frigorifero

2º – tassello periodico

Abbiamo progettato un tassello a forma di losanga con cui pavimentare una superficie piana

3º – decorazione su maglia semiregolare

Scelta una configurazione semiregolare abbiamo disegnato sulla maglia creando una decorazione continua

4º – trasfigurazione

Scelta un’immagine, ne abbiamo tratto un disegno cieco, cioè l’abbiamo disegnata senza guardare il foglio, poi lo abbiamo ridefinito mantenendo le deformazioni in mix media

5º – icona speziale

Abbiamo ricreato una icona sacra in pasta di sale decorandola di fiori e spezie

Il lockdown può essere un momento irripetibile, non sappiamo veramente come stanno le cose, questa sete di definizioni ci può far ammattire più che sollevare. Incontrare noi stessi è la cosa più vera che possiamo esperire, mettere in atto, e possiamo farlo per diverse vie.. quella creativa è forse quella più dolce di tutte

Rino Mele “La rivincita di Erode”

 

Sabato 8 dicembre 2012, dalla prima pagina del “Roma”

La rivincita di Erode

Rino Mele

Siamo arrivati dove non si doveva: sparare in mezzo ai bambini come fossero birilli, sagome, ombre inesistenti. Portarli a scuola è ormai come mandarli alla guerra: rischiano una violenza quotidiana, il meno che possa loro capitare è mettere i piedi nel sangue fresco di una vittima della camorra e, peggio ancora, abituarsi a passarci accanto. Giovedì, un’altra vittima: a pochi metri dall’Istituto scolastico “San Lorenzo”, a Calvizzano: l’uomo ucciso vale più di un libro di lettura, è davanti agli occhi dei ragazzi che imparano la morte e l’orrore: da quel momento dovranno convivere con la paura, il ricatto della sottomissione. Il giorno prima, il 5, a Scampia in via Calogero, due killer avevano inchiodato la loro vittima sui vetri della scuola materna. La nostra vita sta diventando un presepe vivente che comincia non dalla stella ma dalla furia omicida di Erode. Già solo guardando, i bambini sono vittime, uccisi nei pensieri, nell’anima: per la vicinanza al sangue, a quelle macchie che s’allargano sulle strade, la violenza resta nella loro mente come un segnale irreversibile, una traccia che è come un’indicazione d’orrore e di ubbidienza. Altro che scuola. Napoli è un libro aperto e ognuno può leggerci quello che accadrà domani, la ripetizione dell’odio, il braccio alzato a colpire il più debole (complice o vittima) che fugge e sbatte contro il cancello di una scuola la propria agonia. Quella scuola materna si chiama “Montale”, e già il nome sa di poesia, settanta bambini erano a pochi metri da quella caccia spietata: l’uomo aveva cercato di entrare per trovare rifugio nella loro innocenza. La porta della scuola era chiusa e non sappiamo nemmeno immaginarla aperta. De Magistris ha detto poche parole ma sono una sintesi attenta: “I seguaci della camorra sono bestie senza scrupoli per i quali ammazzare in un agguato o davanti a un bambino non fa differenza”. Cosa possono dire i maestri, il giorno dopo? Come guarderanno gli occhi di quei bambini che potrebbero chiedere: -Perché?

 

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1) La scuola è uno dei pochi luoghi dove ancora si fa cultura, anche se presenta noti handicap rimane colonna formativa. Subito però (tanto è lampante), dalle prime esperienze di tirocinio, si può avvertire quello che ritengo essere il peccato maggiore che compie. Un problema già individuato da Pascal e Montaigne, e che Morin in “La testa ben fatta” mette a fuoco, quindi anche un discorso noto, davanti al quale la scuola rimane inadempiente. A cosa serve una testa piena di informazioni non organizzate fra loro? -Sappiamo tutti a nulla, anzi può diventare pericolosa, ma, soprattutto, abbiamo questo organo potente e bellissimo, la scuola, dove si censiscono rigenerano e generano i saperi, dove possiamo svolgere un compito complesso e risolverlo in modo pertinente, pensarlo e ri-pensarlo a 360° sotto ogni punto di vista, umanitario e scientifico. Ogni cosa dentro l’edificio scolastico, potenzialmente, può essere discussa, ma, niente! Per dirla alla Morin: i saperi sono scuciti l’uno dall’altro e il complesso si frammenta in scompartimenti autistici. Morin, ci mette in guardia sull’edificazione di una gigantesca torre di Babele. Ogni conoscenza dovrebbe essere in relazione con le altre e farle da supporto, invece di stare come colonna spaiata tronfia del proprio capitello. Ogni colonna concorre a sorreggere l’edificio e come succede nei più bei portici con eclettismo d’ordine e stile, ogni insegnante deve contribuire con le proprie conoscenze al progetto comune dell’educazione, mirando a una didattica multidisciplinare che per completezza e complessità, supporta e si fa supportare dalle altre materie scolastiche. In questo modo: i vari saperi si cuciono insieme e ciò che è edificato diventa autonomo. Con la coesione delle conoscenze (delle parti e del tutto) si crea una didattica che incoraggia l’autodidattica, e la curiosità promossa nello studente, porta lo stesso, in modo autonomo a interrogare le varie discipline, capendone utilità, senso e poetica. In quest’ottica una risposta pratica alla famosa intuizione di Pascal, sarebbe: troviamo un tutto e diamolo alle parti, o allo stesso modo stabiliamo una parte e diamola al tutto. La proposizione pedagogica capace di convogliare entrambi gli insegnamenti nell’opera comune è l’opera comune stessa. Un complesso progetto pilota, che la scuola deve individuare e proporre all’unisono ad insegnanti e studenti; così: ogni materia, ogni cattedra, dona il sapere mancante, arricchente, zuccherino, organizzandosi in un insieme. Immaginiamo un Istituto Superiore d’Arte: il suo progetto pilota potrebbe essere “ideare l’arredo scultoreo per la tal rotonda”. Tutti i saperi possono confluire su un tema altamente complesso e questo li metterebbe in rapporto reciproco (scientifico-umanistico), colmando i buchi neri. Elencando alcune materie fra le tante che potrebbero entrare in gioco, troviamo legami inconsueti a dimostrazione della continuità sottesa in tutte le cose, per citarne alcuni fra i meno immediati per una scultura dobbiamo conoscere: preventivo di costo (matematica), statica della struttura (fisica), tecnologia dei materiali (chimica), come tutelarci e firmare un contratto (diritto), come scrivere una relazione (italiano), che piantumazione combinare (architettura ambientale), ecc. Queste orchestrazione attorno ad un progetto unico in comune solitamente non si fanno e nella scuola nemmeno mai si tentano, ma perché?? Perché ogni professore deve seguire i ferrei programmi ministeriali e non può prestare una decima di tempo, oppure è una paura sociale, o cos’altro? Il quesito introduce in qualche modo, il secondo argomento trattato per questa tesi, su: i conflitti nel gruppo classe. La domanda che mi pongo: sulla scarsità di proposte interdisciplinari nella scuola e la riluttanza dei docenti a promuoverle, può trovare parziali risposte dalle argomentazioni nate intorno alla gestione dei conflitti.

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2) Una regola intuibile sulla gestione dei conflitti è che se questi non vengono accettati ed anzi negati o ridotti a tutti i costi, i contendenti non mobilitano energie sufficienti per la risoluzione, finendo in tal modo per sopire il disaccordo che probabilmente si ripresenterà a breve termine sotto più gravi spoglie. La dissonanza inoltre può essere problematizzata ulteriormente dall’insorgere di un conflitto interiore, causato dall’imbavagliamento delle tensioni pulsionali e l’individuazione di una possibile soluzione, venire ostacolata dagli schemi mentali, dai pregiudizi, dagli stereotipi che tendono a giudicare in senso sfavorevole individui, gruppi e situazioni. Negare ostentatamente un conflitto, attuare una strategia di fuga continua da questo, non comporta altro che alimentarlo e complicarlo. Forse, mai come nell’epoca della comunicazione, afferma Six: gli uomini hanno conosciuto tante difficoltà a dialogare, tanto panico davanti alle diversità rappresentate dall’altro, tanta chiusura in se stessi e tanto integralismo per evitare il problema del rapporto con l’altro.

Dobbiamo allora accettare un conflitto quando si presenta e capire che spesso è necessario affrontarlo per l’evoluzione nostra singola e del sistema.

Nel momento in cui ad esso si attribuiscono funzioni potenzialmente positive, può essere fonte di progresso socio-cognitivo, può rivelare problemi, bisogni nascosti, riequilibrare i sistemi psichici relazionali, ridefinire i ruoli, aprire possibilità esistenziali verso un rinnovamento, un cambiamento individuale e relazionale volto a una liberazione dai condizionamenti degli altri oltre che dalle nostre rigidità e resistenze.

E’ nella comunicazione la possibilità concreta di gestione del conflitto ed è nel flusso comunicativo che il conflitto può concretizzarsi crescendo di intensità e ampiezza fino a scomparire o acuirsi diventando incontrollabile.

Ogni Dove l’uomo si relaziona con l’altro, si trova potenzialmente coinvolto in un conflitto generato dalla relazione e dal confronto, verso il compagno di classe, il collega di lavoro o verso il gruppo, a casa, a scuola come in società e tutto ciò può spaventare a tal punto da chiuderci in noi stessi o adottare comportamenti deviati, misantropici o aggressivi. Già nel I sec. Epitteto scrisse: Gli uomini sono agitati e turbati non dalle cose, ma dalle opinioni che essi hanno delle cose. I motivi dei conflitti spesso sono generati dall’emozione incontrollabile della paura, e proprio la comunicazione che è il mezzo per esternarla e risolverla, preoccupa. Le cause non sono lineari e semplici ma, circolari e ricorsive. Morin: qualsiasi intervento modificatore in uno dei due termini tende a provocare una modificazione nell’altro. Sfruttando la circolarità agiamo su entrambi gli enti. Come può essere il caso società-scuola dove entrambi vicendevolmente si producono e modificano, o il caso di paura-comunicazione.

In questo ambito della comunicazione plurale rimane alta la soglia dell’ambiguità, una dimensione lontana dallo spiegare-classificare-ordinare. Scrive Morin: la complessità si pone come difficoltà e come incertezza, non come chiarezza e come risposta. Siamo disposti ad accettare la sfida della incertezza e della difficoltà? Come educatori possiamo seguire la complessità!? Non autorassicurarci con impostazioni rigide e rimanere aperti agli imprevisti del mondo affettivo?

Personalmente sono un sostenitore della teoria della serendipità, la capacità di porre attenzione sui fenomeni sottili e intuire le relazioni profuse fra le cose, anche quelle apparentemente distanti fra loro, questa qualità che ogni individuo può allenare non ci dona le sicurezze ferree, ma ci carica di un entusiasmo e fiducia, in noi, nelle cose, nelle dinamiche e nell’altro, che in quest’ottica non appare lontano, slegato, minaccioso, ma, vicino, simile, amico.

In ultima analisi, tornando in modo circolare e ricorsivo al mancato rapporto fra le stesse discipline dello stesso istituto scolastico : come incoraggiare scuola e insegnanti ad aprirsi al confronto dei saperi, fra insegnante e insegnante, scuola e società? Rispondiamo ancora con Morin:

qualsiasi intervento modificatore in uno dei due termini tende a provocare una modificazione nell’altro. Bisogna saper cominciare e l’inizio non può che essere deviante e marginale (..) come sempre l’iniziativa può venir solo da una minoranza, all’inizio incompresa, talvolta perseguitata. Poi avviene la disseminazione dell’idea, che nel diffondersi diventa una forza efficace.

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