sapere complesso

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1) La scuola è uno dei pochi luoghi dove ancora si fa cultura, anche se presenta noti handicap rimane colonna formativa. Subito però (tanto è lampante), dalle prime esperienze di tirocinio, si può avvertire quello che ritengo essere il peccato maggiore che compie. Un problema già individuato da Pascal e Montaigne, e che Morin in “La testa ben fatta” mette a fuoco, quindi anche un discorso noto, davanti al quale la scuola rimane inadempiente. A cosa serve una testa piena di informazioni non organizzate fra loro? -Sappiamo tutti a nulla, anzi può diventare pericolosa, ma, soprattutto, abbiamo questo organo potente e bellissimo, la scuola, dove si censiscono rigenerano e generano i saperi, dove possiamo svolgere un compito complesso e risolverlo in modo pertinente, pensarlo e ri-pensarlo a 360° sotto ogni punto di vista, umanitario e scientifico. Ogni cosa dentro l’edificio scolastico, potenzialmente, può essere discussa, ma, niente! Per dirla alla Morin: i saperi sono scuciti l’uno dall’altro e il complesso si frammenta in scompartimenti autistici. Morin, ci mette in guardia sull’edificazione di una gigantesca torre di Babele. Ogni conoscenza dovrebbe essere in relazione con le altre e farle da supporto, invece di stare come colonna spaiata tronfia del proprio capitello. Ogni colonna concorre a sorreggere l’edificio e come succede nei più bei portici con eclettismo d’ordine e stile, ogni insegnante deve contribuire con le proprie conoscenze al progetto comune dell’educazione, mirando a una didattica multidisciplinare che per completezza e complessità, supporta e si fa supportare dalle altre materie scolastiche. In questo modo: i vari saperi si cuciono insieme e ciò che è edificato diventa autonomo. Con la coesione delle conoscenze (delle parti e del tutto) si crea una didattica che incoraggia l’autodidattica, e la curiosità promossa nello studente, porta lo stesso, in modo autonomo a interrogare le varie discipline, capendone utilità, senso e poetica. In quest’ottica una risposta pratica alla famosa intuizione di Pascal, sarebbe: troviamo un tutto e diamolo alle parti, o allo stesso modo stabiliamo una parte e diamola al tutto. La proposizione pedagogica capace di convogliare entrambi gli insegnamenti nell’opera comune è l’opera comune stessa. Un complesso progetto pilota, che la scuola deve individuare e proporre all’unisono ad insegnanti e studenti; così: ogni materia, ogni cattedra, dona il sapere mancante, arricchente, zuccherino, organizzandosi in un insieme. Immaginiamo un Istituto Superiore d’Arte: il suo progetto pilota potrebbe essere “ideare l’arredo scultoreo per la tal rotonda”. Tutti i saperi possono confluire su un tema altamente complesso e questo li metterebbe in rapporto reciproco (scientifico-umanistico), colmando i buchi neri. Elencando alcune materie fra le tante che potrebbero entrare in gioco, troviamo legami inconsueti a dimostrazione della continuità sottesa in tutte le cose, per citarne alcuni fra i meno immediati per una scultura dobbiamo conoscere: preventivo di costo (matematica), statica della struttura (fisica), tecnologia dei materiali (chimica), come tutelarci e firmare un contratto (diritto), come scrivere una relazione (italiano), che piantumazione combinare (architettura ambientale), ecc. Queste orchestrazione attorno ad un progetto unico in comune solitamente non si fanno e nella scuola nemmeno mai si tentano, ma perché?? Perché ogni professore deve seguire i ferrei programmi ministeriali e non può prestare una decima di tempo, oppure è una paura sociale, o cos’altro? Il quesito introduce in qualche modo, il secondo argomento trattato per questa tesi, su: i conflitti nel gruppo classe. La domanda che mi pongo: sulla scarsità di proposte interdisciplinari nella scuola e la riluttanza dei docenti a promuoverle, può trovare parziali risposte dalle argomentazioni nate intorno alla gestione dei conflitti.

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2) Una regola intuibile sulla gestione dei conflitti è che se questi non vengono accettati ed anzi negati o ridotti a tutti i costi, i contendenti non mobilitano energie sufficienti per la risoluzione, finendo in tal modo per sopire il disaccordo che probabilmente si ripresenterà a breve termine sotto più gravi spoglie. La dissonanza inoltre può essere problematizzata ulteriormente dall’insorgere di un conflitto interiore, causato dall’imbavagliamento delle tensioni pulsionali e l’individuazione di una possibile soluzione, venire ostacolata dagli schemi mentali, dai pregiudizi, dagli stereotipi che tendono a giudicare in senso sfavorevole individui, gruppi e situazioni. Negare ostentatamente un conflitto, attuare una strategia di fuga continua da questo, non comporta altro che alimentarlo e complicarlo. Forse, mai come nell’epoca della comunicazione, afferma Six: gli uomini hanno conosciuto tante difficoltà a dialogare, tanto panico davanti alle diversità rappresentate dall’altro, tanta chiusura in se stessi e tanto integralismo per evitare il problema del rapporto con l’altro.

Dobbiamo allora accettare un conflitto quando si presenta e capire che spesso è necessario affrontarlo per l’evoluzione nostra singola e del sistema.

Nel momento in cui ad esso si attribuiscono funzioni potenzialmente positive, può essere fonte di progresso socio-cognitivo, può rivelare problemi, bisogni nascosti, riequilibrare i sistemi psichici relazionali, ridefinire i ruoli, aprire possibilità esistenziali verso un rinnovamento, un cambiamento individuale e relazionale volto a una liberazione dai condizionamenti degli altri oltre che dalle nostre rigidità e resistenze.

E’ nella comunicazione la possibilità concreta di gestione del conflitto ed è nel flusso comunicativo che il conflitto può concretizzarsi crescendo di intensità e ampiezza fino a scomparire o acuirsi diventando incontrollabile.

Ogni Dove l’uomo si relaziona con l’altro, si trova potenzialmente coinvolto in un conflitto generato dalla relazione e dal confronto, verso il compagno di classe, il collega di lavoro o verso il gruppo, a casa, a scuola come in società e tutto ciò può spaventare a tal punto da chiuderci in noi stessi o adottare comportamenti deviati, misantropici o aggressivi. Già nel I sec. Epitteto scrisse: Gli uomini sono agitati e turbati non dalle cose, ma dalle opinioni che essi hanno delle cose. I motivi dei conflitti spesso sono generati dall’emozione incontrollabile della paura, e proprio la comunicazione che è il mezzo per esternarla e risolverla, preoccupa. Le cause non sono lineari e semplici ma, circolari e ricorsive. Morin: qualsiasi intervento modificatore in uno dei due termini tende a provocare una modificazione nell’altro. Sfruttando la circolarità agiamo su entrambi gli enti. Come può essere il caso società-scuola dove entrambi vicendevolmente si producono e modificano, o il caso di paura-comunicazione.

In questo ambito della comunicazione plurale rimane alta la soglia dell’ambiguità, una dimensione lontana dallo spiegare-classificare-ordinare. Scrive Morin: la complessità si pone come difficoltà e come incertezza, non come chiarezza e come risposta. Siamo disposti ad accettare la sfida della incertezza e della difficoltà? Come educatori possiamo seguire la complessità!? Non autorassicurarci con impostazioni rigide e rimanere aperti agli imprevisti del mondo affettivo?

Personalmente sono un sostenitore della teoria della serendipità, la capacità di porre attenzione sui fenomeni sottili e intuire le relazioni profuse fra le cose, anche quelle apparentemente distanti fra loro, questa qualità che ogni individuo può allenare non ci dona le sicurezze ferree, ma ci carica di un entusiasmo e fiducia, in noi, nelle cose, nelle dinamiche e nell’altro, che in quest’ottica non appare lontano, slegato, minaccioso, ma, vicino, simile, amico.

In ultima analisi, tornando in modo circolare e ricorsivo al mancato rapporto fra le stesse discipline dello stesso istituto scolastico : come incoraggiare scuola e insegnanti ad aprirsi al confronto dei saperi, fra insegnante e insegnante, scuola e società? Rispondiamo ancora con Morin:

qualsiasi intervento modificatore in uno dei due termini tende a provocare una modificazione nell’altro. Bisogna saper cominciare e l’inizio non può che essere deviante e marginale (..) come sempre l’iniziativa può venir solo da una minoranza, all’inizio incompresa, talvolta perseguitata. Poi avviene la disseminazione dell’idea, che nel diffondersi diventa una forza efficace.

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